Dell’abbandono

Sono anni che parlo di spopolamento, senza che al momento vi siano state apprezzabili misure per combatterlo. Il fenomeno tuttavia esercita su di me una duplice valenza, una di tipo sociologica-antropologica (che prende la testa), e l’altra legata alla suggestione della conseguenza (che prende il cuore).
Per quanto riguarda il primo aspetto, quello di tipo socio economico, il problema è grosso quanto l’incapacità a trovare rimedi efficaci.
La partita è un mix di problematiche demografiche che incrociano la scarsità dei servizi. Al diminuire della popolazione drasticamente si riducono anche i secondi, ed è una conseguenza pressochè inevitabile: cosa ci fa una banca, un ufficio delle poste – per non parlare di un’università, un ospedale -, in un centro che si va depauperando demograficamente, e magari è anche al di fuori di possibili asset di tipo infrastrutturale?
Chiaro che quando la nave sta per affondare i topi vanno a cercare altro formaggio, muovendosi verso situazioni maggiormente favorevoli, non avendo più “materia prima” che consente ad essi di perpetuare la loro ragion d’essere in un determinato territorio.
Urge una riforma degli enti locali che in parte è già stata varata, che consente di accorpare dei servizi tra comuni vicini, ma tale rimedio appare più una medicina che una cura definitiva. Né si può pensare di procedere ad una “sostituzione etnica” con l’arrivo di presenze estranee a quel contesto, che pure possono integrarsi, ma con una etnia comunque radicata e ben presente.
Nei centri di dimensione media (superiori a 15-20 mila abitanti), una partita importante si gioca sul tema delle scelte universitarie. Se il giovane che deve scegliere una facoltà decide di iscriversi lontano dalla sua residenza, e di conseguenza di trasferirsi, a quel punto si può innescare un processo che a volte condiziona anche le scelte dei genitori che saranno attratti dalla città scelta dal proprio figlio per seguirlo anche lavorativamente (specie se a lavorare è uno solo dei due). Questa è solo una figura, ma tante sono le migrazioni verso altre città che lasciano il centro natio privo di presenze.
Considerato il fenomeno dall’altro punto di vista, quello della suggestione, invece, sono tremendamente attratto da ciò che l’uomo abbandona, smette di vivere e lascia senza curarsi più delle conseguenze del gesto. Non si abbandonano soltanto le città, si abbandonano vecchie automobili, vestiti che non si mettono più, elettrodomestici, case, palazzi, quartieri. Questa malinconia legata alla dismissione suscita in me un elemento di grande fascino, perché dentro quell’abbandono non ci vedo solo una fuga (ovvero una vita al futuro che ricomincia da qualche altra parte), ma anche un ricordo (ovvero una vita al passato, le cui tracce sono ancora tutte ben visibili).
Quel bene, quella vecchia casa, quel paesino, mi portano istintivamente ad immaginare, del tutto arbitrariamente, l’identità di chi li ha vissuti, i patemi che ha passato, le notti insonni che ci ha buttato e il dolore per la decisione finale che si è poi concretizzata con la partenza – ed il relativo abbandono.
E così ci ho fatto un libro e una serie di altre cose ad esso collegate, perché il richiamo di quelle mura e di quelle anime, e di quegli oggetti invecchiati e lasciati soli mi percuote lo stomaco e mi fa a pezzi il cuore.
Niente, volevo solo riparlarne. Tutto qui.