Memoria

Non la ricordo la prima volta che ho intravisto i tuoi capelli, ma doveva essere una volta che stavano in mezzo ad altri capelli, sopra altri visi e dentro ad altra gente, come se fossero capelli qualunque. Non la ricordo, ma ritrovarli qui, davanti a me, mi riporta alla coscienza inconsapevole le mille e mille volte che li ho osservati far da contorno al paradiso dei tuoi occhi e del tuo viso.

Non ricordo la prima volta che ho incrociato quello sguardo, sarà stato quella volta che quegli occhi erano nascosti tra mille occhi e parole senza senso dentro un treno di città che ti portava, e mi portava, in destinazioni diverse e inalienabili. Solo dopo molto tempo quegli occhi, quei capelli e me, siamo scesi alla stessa fermata, abbiamo percorso la stessa strada, abbiamo aperto lo stesso portone e ci siamo fermati sullo stesso pianerottolo. La chiave ha stabilito il confine tra il mondo delle necessità e quello del bisogno, tra il mondo degli sguardi distratti a quello degli sguardi dritti e approfonditi.

Non le ricordo le prime parole che mi hai detto. Vagamente solo qualcuna di esse si è impressa nella mente, come fosse stato un comando e non una domanda: “Scusi, scende alla prossima?” No, non dovevo scendere alla prossima e mi sono fatto di lato, come le acque si scostarono al passaggio dell’uomo che aveva e un intero popolo alle spalle. Senza saperlo anche tu mi avevi aperto in due come le acque, solo che io, come quel mare, non avevo una riva su cui rifugiarmi, e ti guardai scendere dal treno come si guarda un uccellino fuggire via verso nuovi temporali.

Non la ricordo bene quella volta nella quale scesi anch’io alla fermata, facendo finta di prendere un giornale all’edicola del niente. Tu camminavi dritta, io, fintamente distratto, seguivo l’onda dei tuoi capelli come una nave segue la bussola delle maree. Non ricordo come ci fermammo al caffè scampando alla pioggia improvvisa e benedetta, e come fu semplice per me porgerti il braccio per non farti inciampare sui ciottoli bagnati con quelle scarpe dalle quali guardavi il mondo dal secondo piano. Ma ricordo invece che ti stupirono le mie dita, lunghe e magre e ossute come rami caduti e raccolti dai tuoi occhi.  Me ne accorsi pure se non me lo hai detto mai, e poi ho scoperto la tua predilezione per le mani, del loro strambo movimento quando accompagnano le parole, disegnando nell’aria, come io facevo spesso, la traiettoria che le potesse far arrivare al tuo intelletto prima, e dopo al cuore.

Ricordo invece come ci salutammo, quando la pioggia si fermò e mi sembrava che lasciarti andare via poteva essere l’occasione persa di quell’uomo che si sentiva, in quel momento, l’anima sgocciolata come l’acqua che defluiva nei tombini. Ci ritrovammo il giorno dopo sullo stesso treno, la fermata ci chiamava come una madre apprensiva, alla quale dovevamo rispondere con l’avvicinamento. Lo stesso tavolo del bar, le stesse dita a tagliare l’aria di parole non indispensabili, giacchè la sola cosa indispensabile dentro quel luogo eravamo io e te. Intorno a noi persone senza nomi e senza volti, anime trasparenti accanto alle nostre, colorate invece più che mai, scintillanti quasi, che cercavano un rifugio dalla cattiveria, per ritrovarsi in un angolo di pace. Tornare sottobraccio a far dribbling con i tuoi tacchi sul selciato squadrato e minaccioso un motivo in più per scherzare come fossimo adolescenti pronti a trovar qualunque cosa per farne riso e goliardia. Essere amanti vuol dire dapprima essere amici e poi compagni, e solo in fondo si ritrovano distesi i nostri corpi.

Non la ricordo la prima volta che ho intravisto i tuoi capelli, ma doveva essere una volta che stavano in mezzo ad altri capelli, così come ora che, davanti ai miei occhi stanchi, non hanno più movenze, né c’è ombra di sorriso sul tuo volto, né tacchi che si infilano nel selciato, ma soltanto piedi nudi, un bianco pallore e un viso serio. Come non avevo visto mai.

Un commento su “Memoria

  1. Una descrizione romantica di un incontro occasionale tra due persone che non hanno niente in comune, ma che fatalmente sembrano essere due anime che hanno la stessa affinità, lo stesso desidero di evadere da una vita fatta di cattiveria, dalla routine del quotidiano, soli in un mondo di anime trasparenti,
    dove nessuno sa ascoltare, dove non c’è comunicazione.
    Per un attimo il tempo si ferma, due persone si trovano in una dimensione dove tutto si colora e la vita ha un senso.
    Grazie Dino, il tuo racconto mi dà la possibilità di evadere con la fantasia e di immaginare come due persone sconosciute possano vivere dei momenti magici.

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