Quando la vita di serie B batte la vita di serie A e si aggiudica la felicità

Cosa è la felicità? Impossibile descriverla, ma se dovessi definirla con il tempo, la felicità è un attimo, e il sorriso è la firma che la certifica. Fine. Anzi no, da qui partiamo.

Succede che si organizzano un paio di giorni per far coesistere qualche decina di persone poco fortunate e consentire loro di stare a contatto con la natura in un luogo senza barriere architettoniche né mentali. Un luogo dove l’idea stessa di inclusione perde di significato, perché in quel luogo sono tutti sullo stesso piano. A volte anche sulla stessa barca, e non solo metaforicamente.

Succede che dalla magìa che solo gli incontri veri sanno regalare, scaturisce un’energia contagiosa che coinvolge tutti, anche chi semplicemente è di passaggio da quelle parti e ne viene sommerso come una nave calata a picco.

Ci sono espressioni, sguardi, parole pronunciate male, e proprio per questo, perfette nella loro imperfezione, che si stampano come chiodi nei nostri cervelli e non ci mollano più. Sono le espressioni, gli sguardi, le frasi di chi è su una sedia a rotelle e per muoversi, per lavorare, per mangiare, per andare in bagno, insomma: per vivere, ha bisogno di qualcun altro. Gente che ha problemi che noi, persone scioccamente autodefiniteci normodotati, non potremo capire mai, ma che loro, silenziosamente, affrontano e superano, ogni maledetta giornata, ogni maledetto gradino, ogni maledetta notte.

Ebbene queste persone, duecentocinquanta, duecentosessanta, non ha alcuna importanza, si sono ritrovati a fare cose, attività, giochi, escursioni, visite, insomma tutto ciò che ha contribuito a farle sentire vive. Non c’era bisogno che arrivassero fin lì per fare quello che hanno fatto, siamo d’accordo, ma il fatto stesso di stare lì con altri amici come loro, e altri diversi da loro, in un’unica esperienza collettiva di condivisione, è stata una roba che non si può descrivere.

Prima di tutto, tra molte di queste persone è scattata, prepotente come la sete, la voglia di conoscersi. Succede, tra simili, di riconoscersi, di capire che il mio problema è lo stesso tuo problema anche se la malattia è diversa, ma il modo di affrontarla è lo stesso, e da lì si mette in moto quel meccanismo pazzesco che ho superficialmente definito col termine di energia, perché non ne trovo un altro che si addica di più. E la cosa bella è che questa trasmissione di vibrazioni ha contagiato tutti, anche noi che stavamo lì e che potevamo far poco per aiutarli, ma in compenso abbiamo fatto una cosa che dovremmo imparare a fare più spesso: li abbiamo osservati. E da loro abbiamo imparato un sacco di cose, prima fra tutte: essere grati per poter avere quello che abbiamo e che loro non hanno; seconda fra tutte: impegnarci. Assumere l’impegno a fare di più per loro, ma farlo concretamente.

Poi la magia diventa apoteosi sotto un palco dove suonano musicisti come loro, esattamente come loro, con le stesse malattie che hanno loro, solo con uno strumento musicale in mano, qualcuno solo il microfono. Il cantante di questa band è uno privo della vista e traduce perfettamente quell’adagio che la musica per farla o per cantarla, ti basta avere  orecchio. E Lollo infatti sente benissimo perché canta da dio pure se davanti a sè vede tutto nero.

Ma l’apoteosi accade sotto quel palco: quegli amici affetti da malattie diversissime eseguono spontaneamente uno dei gesti primordiali che la Natura ci ha regalato per farci amplificare la nostra voglia di libertà: ballare. E ballano, senza più pensare alla loro malattia, senza più pensare che da qualche parte ci sono scalini a maledire la vita, senza più pensare che devono prendere le medicine, ballano e il loro presente e il loro futuro si uniscono lì, sotto quelle note vellutate, e i loro corpi rispondono a forze che nemmeno sapevano di avere.

E quando balli succede che stai talmente bene che ti viene da ridere, e ti basta quello, un sorriso per essere felice. E così, per tutta la durata del concerto, quei ragazzi e quelle ragazze ballano come se non ci fosse più un ieri, né un domani. Solo lì, in una piazza dimenticata di un paese qualunque a ridere e gioire di una vita che ha tolto, ma che quando regala, regala forte.