Uno su 365

Sai cosa ci augurano per il nuovo anno?
Serenità e speranza.
Sembra che lo facciano apposta, maledizione. Serenità e speranza. Ci vogliono come pesci lessi, come polli di allevamento che loro nutrono con queste parole come se fossimo dei vecchi rimbambiti. Lo hai mai visto uno che è sereno? Ha più o meno una faccia così, uno sereno. Una faccia che, semplicemente, non ha più aspettative, non ha più nulla da chiedere. È arrivato. Bollito. Ha dato tutto, ha vissuto al meglio e oggi se ne frega e sta tranquillo nel suo nulla cosmico con quel sorrisetto idiota sulla faccia.
Non ce ne rendiamo conto, ma dietro le parole si celano i nostri più comportamenti più veri. Se ci augurano serenità, sai cosa facciamo inconsciamente? Ci mettiamo nella testa quella faccia lì, da mezzo rimbambito come se ci avessero appena fatto una lobotomia. Vegetali. Incapaci di alzare un dito. Sereni e rassegnati. Beati e coglioni.
E invece no.
Fammi una cortesia, tu augura quello che vuoi, ma a me non augurare serenità, io quella faccia lì non la voglio, né adesso né quando sarò dentro un maledetto ospizio senza più capacità di intendere e di volere. Fammi una cortesia, la speranza te la tieni per te, e la serenità pure.
Io tutto voglio, fuorchè essere sereno.
Voglio continuare a rompere le palle, ad essere incazzato se mi girano, perché qui a furia di stare calmi e sereni e lobotomizzati ci è venuta la bile così, e infatti me la sono pure tolta, e io voglio potere anche alzare la voce, se è necessario.
Il fatto lo sai qual è? Che hanno persino paura a pronunciarla quella parola, perché è forte, tremenda, potente, e dà fastidio, oh se ne dà. Hanno paura perché la temono. Hanno paura che sia troppo grande, troppo sproporzionata, troppo immensa per gli esseri minuscoli che sono. Hanno paura persino di confrontarsi con quella parola, perché sanno che effetti porta, non perché lo abbiano provato direttamente (non ne sono capaci), ma perché qualcuno glielo ha raccontato e da allora non ne può fare più a meno e sono pochi, ma sono i Grandi. E loro non lo saranno mai.
Quella parola è felicità.
Ma non te la diranno: ci hai fatto caso che è sparita dai nostri vocabolari?
Loro ne hanno paura prima di tutto perché non riescono a misurarla. Loro che misurano ogni cosa, questa parola non riescono a misurarla. Non lo sanno e non lo sapranno mai che non è necessario essere felici per un anno intero, basterebbe anche una settimana, una sola settimana sulle 52 di tutto l’anno. Che dico. Anche un solo giorno. Uno su 365.
Conosco persone che sono state felici un giorno solo, uno stupido giorno nella loro vita, ma in quel giorno sono stati così tanto felici che non se lo dimenticheranno per tutta la vita, e loro sì, loro te lo diranno: SII FELICE. Sono quelli che hanno avuto il coraggio di misurarla, e gli è bastata a vivere bene il resto della loro vita. Una giornata ogni tanto.
Sii felice, amico mio, non sereno. E tòglitela quella cazzo di speranza dal vocabolario. La speranza non serve. Serve la rivoluzione. Serve pure fare i coglioni, ogni tanto, perché fare i coglioni non vuol dire essere coglioni, è come ballare ubriachi, ti dimentichi di tutto, fai un reset, e poi hai più energia. Anche così si può essere felici.
Mandali a fanculo quelli che ti dicono “Serenità”. Rispondi che vuoi essere felice, non sereno come un pesce bollito. Poi ubriacati davanti a loro, balla senza domani e faglielo vedere come si fa.
Non lo capiranno, ma tu, tu avrai avuto il tuo giorno su 365 di impagabile, innaturale, incomprensibile ed incommensurabile felicità. E non c’è gioia più grande.