La sequoia del borgo

C’è un luogo nella Basilicata interna che sa di vento, di pietre consumate al sole, e di tempo perduto.
Si trova a metà tra i campi d’oro della campagna e le montagne il cui nome è stato preso in prestito da montagne alpine più famose, anche se, pian pianino, stanno diventano famose anche loro.
È un luogo fatto di strade impolverate, con tanto verde intorno da sembrare un ranch statunitense, un luogo che della campagna americana conserva gelosamente, e da diversi secoli, anche un altro elemento: una antica e rigogliosa sequoia.
Qualche tempo fa vennero dei turisti americani e gli mostrammo quell’albero imponente, ma a nessuno di noi veniva in mente come si chiamasse in americano, e così lo chiamammo in italiano. Uno di loro, in tono di mezzo rimprovero, disse: “Sycamore tree!”
Lo guardai e feci con la mano così così, non era proprio un sicomoro, ma qualcosa del genere.
Al che quello ci guardò allibito, come a dire: e che cazz ci fa un sycamore tree in Basilicata?
Dear friend, la storia è lunga e non sono nemmeno sicuro di potertela tradurre esattamente, ma un giorno, con più calma, se ritornerai, la imparo bene bene  (traduzione e tutto), e poi te la racconto. Ok?
È un luogo dove si coltivavano idee, e succede, dalla notte dei tempi e in tutte le parti del mondo, che quando le idee sono piuttosto strane e persino un po’ matte, si chiamano Utopie e l’idea che governava quel posto sembrava averne tutte le caratteristiche, e finì col passare alla storia col nome di “Città dell’Utopia”.
Che già solo questo nome sembra pazzesco, in un mondo tutto preso dal freddo razionalismo –  quando non al cinismo vero e proprio – , un mondo fatto ormai solo di calcoli e di interessi bancari, questo posto sembra non c’entrare proprio niente con quello che viviamo oggi.
Un luogo dove non ci sono più i tetti sulle case di pietra, tranne uno. Forse avranno tirato a sorte, le case di quel borgo, per vedere quale dei tetti sarebbe potuto rimanere sano e salvo dalla frana che si abbattè nel 1885. E poi forse qualcuno avrà detto: no, non bisogna tirare a sorte, qui l’unico tetto che può restare al suo posto è il tetto più importante, quello della chiesa. E così è stato.
Erano solidali, a quei tempi. Non solo gli abitanti, intendo, ma anche le case. Hanno fatto quadrato e hanno deciso che l’unico tetto da salvare era il tetto che, da sempre rappresenta la comunità: il campanile della Chiesa.
È un luogo fatto di pietra e case a metà, fatto di serate di campagna e di viali antichi, di luci basse e, appunto, di utopie.
È un luogo fatto apposta per andare a coltivarle, quelle utopie che ogni tanto ci vengono, solo che dopo un po’ naufragano perché dobbiamo andare in banca o in qualche altro luogo triste e fatto solo di conti, tasse, numeri, percentuali.
La logica che uccide la fantasia.
Invece dovremmo andarci spesso in un luogo così. E affanculo banche e calcolatrici.

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