Un saluto prima di uscire

Tum, tum, tum, ciaff, applausi, e poi di nuovo, tum, tum, tum. Rumori che conosci bene. Più che rumori: danze. Danze tribali, irregolari, ritmi africani e stridìo di suole di gomma sul legno consumato, criiiiii criiiiiii, poi le urla, i consigli, la concitazione, gli high five, gli applausi (ma quanto si applaude in questo sport?), cose che hai vissuto talmente tante volte che ti sono entrate nell’anima. E poi quel legno, l’odore che ha, le linee consumate, l’aria strana che c’è intorno, i contrasti tra la settimana passata nel silenzio di un palazzetto e la domenica con tutto quel chiasso lassù. La cosa più incredibile è il rumore del pallone che rimbalza a terra. Una volta, due, cento, mille. Chi li ha mai contati i palleggi di un allenamento, di una partita?

Il parquet amplifica e restituisce ancora più forte quello strano movimento compiuto dalla mano per potersi spostare sul campo. La stessa amplificazione emotiva che provano quelli che praticano questa assurda disciplina. Ma come gli sarà venuto in mente a quello che per spostarsi sul campo bisognava dare dei colpi ad una palla e farla rimbalzare? Se ci pensi, è pazzesco. E dal martedì al sabato c’è solo quel rumore sordo a farla da padrone nel palazzetto. Tum tum tum. Come un battito. Poi ogni tanto qualcuno che parla, tutto si ferma, aria surreale, il sudore scorre, qualche goccia bagna quel legno (che strano: ti accorgi che stai sudando solo quando ti fermi), uno lì in mezzo che parla (in genere lo fa a voce alta, ma se ci pensi non ce n’è bisogno, perchè tanto si sente lo stesso): “Stop, allora tu qui, tu lì, ok”. Si vanno a prendere le nuove posizioni, “Siamo pronti?” Si riparte: tum, tum, tum, ciaf. Niente applausi, siamo in allenamento, ma quello di prima dice una di queste due cose: “Ok, va bene”, oppure: “No, aspetta, rifacciamo”. Tum tum, tum, sbang, ferro. Rifacciamo. Come girare un film ma senza telecamera. Le scene si ripetono e se guardi distrattamente sembrano le stesse, e invece ogni volta ci sono piccole variazioni che fanno la differenza, e più sali di livello, più queste variazioni impercettibili all’occhio umano sono importanti.

Per tutti è stata un po’ la stessa cosa. Si parte con una curiosità, si finisce dentro un playground, si accetta la sfida di quell’anello piazzato a metà tra asfalto e cielo, e lì sei fregato. Il basket ti cattura la vita come quando il neonato ti stringe il dito con la sua manina. La maggior parte ci rimane per sempre dentro quel campo senza avere la forza di uscirne mai più. Prima o poi arriva il giorno che devi smettere. Un po’ l’età, un po’ la responsabilità, la famiglia, il lavoro, non riesci a tenere botta nel campo, i ragazzini ti superano, l’esperienza è dalla tua ma le gambe arrancano. Devi fermarti. Cosa puoi fare? Smettere e uscire per sempre, oppure restare e continuare a soffrire lì in mezzo, solo da un’altra posizione, più statica, ma ugualmente faticosa? Una posizione in cui le gambe si fermano ma si mette in moto il cervello. Da quella posizione che occupi ora non puoi più pensare solo a te, come facevi prima, quando giocavi: adesso devi pensare a tutti e cinque, dare consigli a tutti e cinque, capire cosa pensano tutti e cinque, sforzarti di comprendere le esigenze anche di quelli a cui un tempo passavi la palla e capisci oggi quanto frustrante era per quello alto 2,10 fare avanti e indietro e non prenderla mai.

Adesso scopri il “dietro le quinte”. Adesso sei tu, dal martedì al sabato, quello che dice: “Stop: aspetta, tu qui, tu lì, ok, rifacciamo”. Adesso sei tu che decidi della vita, della morte e dell’amore di tutti gli altri, e siccome lì in mezzo ci sei stato e ne hai versate a milioni di gocce di sudore, una goccia per ogni palleggio effettuato, una “cinque” per ogni tiro segnato e una bestemmia per ogni tiro mancato, adesso li puoi capire solo guardandoli negli occhi. Occhi di speranza, occhi di domanda, occhi di ammirazione, occhi di tensione, occhi incazzati, occhi alzati al cielo di vittoria, occhi a terra di sconfitta. Adesso sai vedere le cose nella giusta prospettiva, adesso sai dire le cose con il giusto equilibrio. Adesso sai. Quella mano che ha fatto milioni di palleggi, migliaia di tiri, migliaia di high five si apre davanti a te e ciascun dito è un giocatore che hai lì davanti, e ciascun dito deve muoversi in sintonia per stringersi in un pugno che significa squadra. Adesso lo sai. Un anno, dieci, venti, trenta. Dio, quanto passano veloci, con questo sport. Poi un giorno d’estate, seduto sulla tua veranda a bere una birra gelata un dubbio ti assale: forse non ti diverti più. Hai dato mille, hai preso diecimila, è stato un amore immenso, ma devi fermarti. Resterete amici per sempre, ma amanti mai più. Senza rancore, ok, senza rancore, ci mancherebbe.

Perché questa dichiarazione? Per la voglia che abbiamo tutti di comunicare. Cosa saremmo senza quella? Amebe, automi, robot. E invece, perdiana, abbiamo parlato tantissimo in questi anni – a volte anche troppo –  e cosa facciamo adesso? Stiamo zitti proprio ora ed usciamo senza salutare? È che vorremmo uscire dalla porta principale del palazzetto, quella da cui siamo entrati, non da quella laterale. Usciamo con la testa alta di chi ha cercato di fare sempre il proprio meglio, un po’ per cercare di dare qualcosa in più ai giocatori, alle società per cui abbiamo lavorato, a quelli lassù che sono venuti a vederci la domenica, a quelli (sempre troppo pochi) che hanno creduto in te. E che meritano più di tutti. Per tutti questi abbiamo lo sguardo dritto e fiero, lo stesso sguardo con il quale, a fine partita, andavamo dal coach avversario a stringere la mano, persa o vinta che fosse. La nostra ultima partita: adesso sì, possiamo uscire, l’aria fresca della sera in faccia, i pensieri che non si spengono mai, le luci invece sì. Coach, ci vediamo martedì? Ah no, stavolta no. Magari vi vengo a vedere domenica, ma mi siedo lassù. In gamba! (pollice su). Tum, tum, tum, flop. Il pallone non rimbalza più, le luci nel palazzetto si sono spente. Ma è stato meraviglioso, giuro.