Articoli per “Vinilyca Magazine”

In questa pagina si trovano gli articoli scritti per il bimestrale “Vinilyca Magazine” diretto da Rocco Pesarini in una rubrica che si chiama: “Canzoni letterarie” in cui indago per l’appunto la relazione tra l’artiosta o un determinato brano musicale e le influenze ricevute da qualche libro o altre suggestioni letterarie.

 

N. 3- Febbraio 2022 – JIM E LE PORTE DELLA PERCEZIONE 

 

L’ “Edipo Re” fu scritta da Sofocle circa 400 anni prima della nascita di Cristo.
Come può questa opera così antica, considerata la madre di tutte le tragedie greche, essere uno spunto per la musica rock che nasce quasi duemila anni dopo?
La bellezza della letteratura – così come della musica e delle altre arti – è che ciascuna opera ha una sua immortalità per la quale chiunque, anche dopo millenni, può andare a recuperarne le tracce, trarre degli spunti di riflessione o di revisione e riadattarla secondo il proprio stile.
E in fondo, cosa sarebbero l’arte, la musica, la letteratura, se non fossimo continuamente in grado di andare a ripescarne determinati aspetti delle loro trame, dei loro intrecci narrativi e musicali, dei loro contenuti, facendone materia plasmabile e modificabile a seconda della nostra capacità creativa?
E così ecco che negli anni ’60 in una terra da sempre ricca di fermenti culturali anticipatori rispetto al resto del mondo che è la California, un giovane ragazzo timido (non si direbbe per tutto quel che ha combinato durante il corso della sua parabola artistica e umana), con una strabiliante passione per le lettere, decide di fondare un gruppo musicale del quale diventa – suo malgrado – leader naturale essendo il front man e l’autore della maggior parte dei testi di quelle canzoni.
Si chiamava Jim, era figlio di un ammiraglio della gloriosa Marina degli Stati Uniti, George Stephen Morrison, un padre che non ha mai capito fino in fondo la cifra artistica di un ragazzo che fin da piccolo, alle armi e alle guerre ha preferito la musica e la letteratura.
Con queste premesse, e con la chiara diversità che contrapponeva la sua natura a quella dei suoi genitori fin dall’età adolescenziale, Jim stacca definitivamente il cordone ombelicale con la famiglia, arrivando successivamente a rinnegarla del tutto (“I miei genitori sono morti” dichiarerà in un’intervista).
All’età di vent’anni, aveva già letto più libri di moltissimi dei suoi coetanei.
Alla faccia del personaggio che molti continuavano ad associare ad uno schizzato fuori di testa per come agiva sul palco e fuori!
«Penso che la principale chiave per l’apprendimento sia innanzitutto la lettura. Una scuola può essere veramente utile solo se è dotata di una buona biblioteca.» – aveva detto nel 1969.
Jim, invero, era un divoratore di libri spaziando con la più estrema disinvoltura dalla cultura classica (rimandiamo a Sofocle più avanti) ai decadenti francesi, passando per il romanticismo tedesco, e poi Nietzsche, Petrarca e Shakespeare, anche se il suo autore preferito era Arthur Rimbaud.
jim Morrison portava con sé, ovunque andasse, una copia delle “Illuminazioni” di Rimbaud, anzi, quando era ancora studente, progettò addirittura di girare un documentario sulla vita del leggendario poeta francese.
Jim Morrison e Arthur Rimbaud sono due artisti maledetti strettamente imparentati per una serie di analogie: entrambi manifestano una precocità intellettuale fuori dal comune; furono colti da un violento quanto irrefrenabile impulso di ribellione contro qualsiasi tipo di autorità e convenzione sociale; condussero una vita fatta di eccessi e provocazioni; intendevano il poeta come veggente che spalanca varchi nella realtà con la forza delle sue visioni, infine morirono in Francia in giovane età – il primo a ventisette anni, il secondo a trentasette – assurgendo a simboli eterni.
Lo stesso nome della band – “The Doors”, uno dei nomi più iconici di tutta la storia del rock – non poteva sottrarsi dall’essere individuato attraverso una suggestione letteraria.
Morrison propose questo nome facendo riferimento ad un celebre romanzo di Aldous Huxley (“The Doors of Perception”), all’interno della quale è presente una frase di William Blake: «Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è: infinita.»
Nei confronti della morte Jim ha sempre avuto una sorta di “fatal attraction”. La prima volta che si imbattè in essa fu durante un viaggio con la famiglia, mentre percorrevano il deserto. Jim aveva 5 anni e anni dopo raccontò questo episodio nel modo seguente:
La prima volta che ho scoperto la morte stavamo attraversando il deserto in auto all’alba, e un autocarro pieno di lavoratori indiani era andato a sbattere contro un’altra macchina o non so cosa, ma c’erano indiani sparpagliati per la strada, sanguinanti e moribondi. Abbiamo accostato e ci siamo fermati. Io ero solo un bambino, e un bambino è come un fiore con la testa scossa dal vento. Penso davvero che in quel momento l’anima di uno di quegli indiani, o forse gli spiriti di molti di loro, stessero correndo in giro come impazziti e siano balzati nella mia testa e io ero come una spugna pronta ad assorbirli. Questa non è una storia di fantasmi. È qualcosa che ha un significato profondo per me.”
Con queste premesse è facile comprendere come gran parte della produzione musicale dei Doors fosse ispirata o derivata da scenari provenienti dalla letteratura.
Una delle loro canzoni più famose, considerata uno dei 500 migliori pezzi del rock (al n. 336) dalla rivista Rolling Stones, si chiama, non casualmente, “The End”.
Un brano, tra le altre cose, utilizzato anche da Francis Ford Coppola come parte della colonna sonora dello psichedelico film “Apocalypse now” del 1979 (film a sua volta ispirato da un’opera letteraria, “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, ma questa è un’altra storia).
“The End” richiama, in maniera neppure troppo ermetica, l’ “Edipo Re” di Sofocle. Il tragediografo greco aveva descritto la parabola di Edipo, sovrano di Tebe carismatico e amato dal suo popolo, il quale, nel breve volgere di un solo giorno, viene a conoscere l’orrenda verità sul suo passato: senza saperlo ha infatti ucciso il proprio padre per poi generare figli con la propria madre. Sconvolto da queste rivelazioni, che fanno di lui un uomo maledetto dagli dei, Edipo reagisce accecandosi, perde il titolo di re di Tebe e chiede di andare in esilio.
Da questa opera nasce anche il mito psicanalitico freudiano del cosiddetto “complesso di Edipo”, che descrive le pulsioni di tipo sessuale di ogni maschio nei confronti della madre, in particolare in età infantile.
Ma tornando alla musica, Jim era probabilmente influenzato dalla trama cruenta del parricidio nella quale si rispecchiava per il forte contrasto in particolare con la figura paterna, arrivando a teorizzare, proprio come nella tragedia ispiratrice, l’omicidio del padre e un ipotetico rapporto con la madre, lasciato volutamente in sospeso per non urtare la censura americana, in quegli anni particolarmente restrittiva.
Ecco come la canzone descrive questo momento cruciale:
L’assassino si svegliò prima dell’alba, si infilò gli stivali
Prese una maschera dall’antica galleria
E camminò lungo il corridoio
Entrò nella stanza dove viveva sua sorella e poi
Fece visita a suo fratello e poi
Proseguì lungo il corridoio
E giunse a una porta e guardò all’interno
– Padre? – Si figliolo? – Voglio ucciderti
– Madre, voglio
…”
L’amore per la letteratura di Jim lo accompagnò anche oltre la celebrità derivata dall’essere una leggendaria rock star. Fu proprio in nome di questa passione che nei primi mesi del ’71, si trasferì a Parigi con la compagna Pamela Courson.
Le registrazioni di «L.A. Woman» erano terminate da una manciata di giorni ma lui era ormai stanco dell’ambiente musicale.
A Parigi Jim e Pamela trovarono rifugio in un appartamento messo a disposizione da alcuni amici. Lì il cantante dei Doors fu completamente assorbito dall scrittura: poesie, testi per nuove canzoni e perfino sceneggiature per il cinema (altra sua grande passione fin dall’adolescenza).
Erano forse delle ricerche che gli avrebbero consentito di attraversare quelle “doors of perception” da lui stesso elevate fino alla creazione di una nuova identità artistica, porte nelle quali rimase incastrato senza più trovare la via di uscita.
Data la sua estrema duttilità forse avrebbe dato alla luce una produzione artistica che avrebbe superato quella musicale, se non fosse scomparso improvvisamente nella notte tra il 2 e il 3 luglio 1971 ed iscrivendosi, a pieno titolo, in quel leggendario ed iconico “Club dei 27” che accoglie in gloria una serie di musicisti rock accomunati dalla tragica morte avvenuta a 27 anni.
Se fosse stato vivo Sofocle, forse avrebbe scritto una tragedia per ciascuno di loro, consegnandoli definitivamente all’eternità.

 

#2 – Dicembre 2021 FREDDY LO STRANIERO – Interpretazione di “Bohemian Rhapsody” 

Freddie leggeva. Tra impegni della band, la sua compagna ufficiale (la famosa Mary Austin, ereditiera di quasi tutto ciò che il performer aveva accumulato nella sua breve vita), i gatti ed i compagni del periodo successivo, leggeva eccome.
Ne aveva di interessi, ma la lettura non l’abbandonava quasi mai. Era un curioso.
Scrisse “Bohemian Rhapsody” dopo aver terminato la lettura del romanzo “Lo Straniero” di Albert Camus. E la canzone pare abbia parecchi riferimenti a quella lettura, anche se critici ed esperti musicali di tutto il mondo non ebbero alcun dubbio nell’affermare che parlava della sua vita, delle sue trasformazioni a seguito della scoperta più clamorosa che fece di sé stesso in cui si trovò a combattere contro la sua stessa identità di genere, prima di cedere all’evidenza della sua omosessualità.
Forse però questa interpretazione non è del tutto attendibile.
Scrisse quel brano a metà tra pezzo rock e opera lirica che diventò una parte integrante della sua vita e che oggi è diventata anche parte anche delle nostre, pure se non ne conosciamo fino in fondo il senso.
Per incidere quel pezzo, i Queen cambiarono sei studi di registrazione e sovraregistrarono le voci talmente tante volte che si dice che gli stessi studi non fossero in possesso di nastri idonei alla registrazione del brano. Il pianoforte suonato da Freddie fu lo stesso usato da Paul McCartney in Hey Jude. E una serie di personaggi citati, da Galileo a Scaramouch, Belzebù e Bismillah (“in nome di Allah”), che ballano il fandango.
Forse anche per il suo essere oscuro, quel brano uscito il 31 ottobre 1975 è uno dei più importanti e significativi della musica rock.
Molti hanno creduto che il riferimento della canzone all’episodio dell’uccisione di un uomo contenuta nel testo fosse riferita al fatto che l’autore “uccidesse” il suo alter ego per approdare ad un altro (una specie di coming out della sua omosessualità).
Perché mai Freddie avrebbe dovuto fare una cosa del genere, specie quando la religione della sua famiglia, lo zoroastrismo, rifiutava quell’orientamento sessuale?
Partiamo dal titolo, sul quale nessuno pare soffermarsi. “Bohemian rhapsody”: rapsodia di un bohemien. Chi è il bohemien? Corrisponde, grossomodo, alla figura di artista atipico e anticonformista che conduce una vita caotica in attesa di popolarità.
C’è qualche dubbio su chi sia riferita questa definizione?
Albert Camus scrisse “Lo Straniero” nel 1942. La storia parla di un impiegato di nome Mersault che viveva ad Algeri, un uomo totalmente apatico ed indifferente alla vita.
Il libro inizia con un telegramma che Mersault riceve da un ospizio nel quale è ricoverata l’anziana madre sul quale è scritto che la madre è morta. La sua reazione alla notizia è di assoluta impassibilità. Già il testo del telegramma è tutto un programma: “Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so”.
Mersault non versa nemmeno una lacrima, accompagna la madre alle esequie, alle quali presenzia con una indifferenza assoluta e tagliente. Dopo la sepoltura, torna ad Algeri, incontra una ragazza e allaccia una relazione che dopo poco tempo sfocia in una richiesta di matrimonio da parte di lei. Alla quale, ancora una volta, la sua reazione contempla – come sempre – il più assoluto distacco.
Anche un episodio di sangue nel quale viene coinvolto nello svolgimento dei fatti successivi (uccide un arabo con il quale era stato coinvolto qualche tempo prima in una colluttazione) non sembra alterare più di tanto la sua freddezza. Ne è prova ciò che quest’uomo fa dopo aver ucciso l’arabo: continua a spararlo per quattro volte, praticamente un’esecuzione a sangue freddo.
La sua insensibilità è assoluta e glaciale: compie gesti meccanici quasi come se nelle sue vene non scorresse sangue.
Ecco come Freddie “traduce” questo episodio del libro:
Mamma, ho appena ucciso un uomo,
Gli ho puntato una pistola alla testa,
Ho premuto il grilletto, ed ora è morto,
Mamma, la vita era appena iniziata,
Ma ora l’ho lasciata e l’ho buttata via
Mamma, Non volevo farti piangere
Se non sarò tornato a quest’ora domani
Va avanti, va avanti, come se niente fosse.”
Mersault viene arrestato e tradotto in carcere in attesa di processo, il cui esito si traduce in una condanna a morte da scontarsi mediante ghigliottina.
Nel carcere si rifiuta di vedere il cappellano che simboleggia una vita ultraterrena nella quale non crede. Ecco come le parole di Camus, che parla in prima persona impersonando il protagonista, descrivono i suoi stati d’animo:
“Che m’importava della morte degli altri, dell’amore di una madre, che m’importava del suo Dio, delle vite che si scelgono, dei destini che si eleggono, se poi era un unico destino a eleggere me e con me miliardi di privilegiati che, come lui, si dicevano miei fratelli?
Soltanto a questo punto del romanzo, nell’imminenza della morte, l’angoscia esistenziale del protagonista si scioglie in quell’imperscrutabile e fino ad allora sconosciuto amore per la vita. Subentra tardivamente nell’animo di Mersault un sublime momento di calma e di pace: egli si sente quasi purificato da ogni male come se avesse desiderato ciò che gli stava capitando: solo in quel momento pare praticare una autoassoluzione per una vita vissuta senza alcuna forma di emotività.
È in questa fase definitiva della sua esistenza che ripensa con dolcezza alla madre e con ciò si concilia con l’indifferenza del mondo, e infine avverte, finalmente, un lieve accostamento ad una condizione di felicità.
Ancora Freddie, per la conclusione del brano:
Troppo tardi, è venuta la mia ora,
Brividi lungo la mia schiena
Il corpo mi fa male in continuazione,
Addio a tutti, devo andare
Devo lasciarvi tutti alle mie spalle ed affrontare la verità
Mamma, non voglio morire,
Qualche volta vorrei non essere mai nato
(comunque il vento soffia).”
Ultima annotazione: cosa accomuna l’indifferenza di Mersault alla vita clamorosa e caleidoscopica del leader dei Queen?
Difficile trovare una risposta convincente, al di là degli evidenti punti di contatto tra le pagine del libro e la canzone.
Posso solo provare a suggerire un ulteriore dettaglio che riguarda il nome scelto da Camus per il protagonista del libro: Meur rimanda alla radice di mort, morte, e sault è omofono di saut, salto; quindi potrebbe significare: salto nella morte.
Freddie ha sempre saputo di vivere in quel labile confine tra questo mondo e quell’altro, ed è possibile che dentro le pagine di quel romanzo, dentro la vita redenta del protagonista, perfino dentro al suo nome, abbia trovato alcune risposte da dare alla sua stessa condizione.
Per tutto il resto, noi, poveri mortali, nei cori che invocano Galileo, Allah e Belzebù, e nell’intera canzone, così come nel resto della sua produzione musicale, possiamo solo provare a cercare tra le righe l’immensità di un genio assoluto, senza minimamente avere l’ardire di comprendere tutta la sua fragile, complessa e meravigliosa imperscrutabilità.

 

#1 – Ottobre 2021 – NON AL DENARO NE’ ALL’AMORE NE’ A LEE MASTERS – La poetica di De Andrè 

Nessuno avrebbe potuto dire ad Edgar Lee Masters che un giorno qualcuno avrebbe messo in musica le sue composizioni. Un’opera letteraria originale e fortemente evocativa, nella quale tutti i personaggi sono passati dall’altra parte, e l’avvocato-scrittore del Kansas dà loro vita celebrando ciò che essi sono stati quando erano ancora appartenenti a questo mondo.
Le parole del poeta americano ricordano di quegli uomini la grandezza ma anche l’essere persone qualunque: disillusi, romantici, innamorati dell’amore e della vita, uomini e donne con difetti e aspirazioni che sembra abbiano ancora qualcosa da dire al mondo anche se non vi appartengono più, e lo dicono attraverso le parole e l’anima che viene loro restituita dalle pagine della celeberrima “Antologia di Spoon River” (1915)
Dopo oltre cinquant’anni l’uscita di questo libro, un cantautore italiano particolarmente attento alla condizione dei diversi, degli ultimi e degli offesi, si prende la briga di andare a rileggere quelle storie e di immaginare di trarne utili spunti per farle diventar canzoni.
Ma siccome è un poeta a sua volta (e qui si potrebbe aprire l’atavico dilemma se la musica sia o meno da considerare poesia, ma non è questo il momento per farlo, lo faremo semmai in maniera indiretta), egli non si limita a prendere le strofe di Edgar Lee Masters e trasformarle in brani musicali, ma rielabora quelle vicende, assegna loro, per così dire, una propria rilettura, pur lasciando inalterata l’ambientazione (non esattamente allegra ma piuttosto crepuscolare e in generale rispettando le caratteristiche di ciascuno dei personaggi raccontati dalle pagine del poema americano) prima di musicarle secondo uno stile che ancora oggi appare riconoscibilissimo.
Ne viene fuori un album di un lirismo assoluto, che non per caso si intitola: “Non al denaro, non all’amore né al cielo” (1971) fatto di una poetica musicale rara e altissima, alla quale il cantautore genovese che risponde al nome di Fabrizio De Andrè ci avrebbe abituati tante volte nel corso della sua produzione musicale.
Il disco, come si usava al tempo, si componeva di due facciate che rispondevano ad una logica che oggi definiremmo: “concept album”, ovvero un prodotto le cui tracce sono legate tra loro da un filo logico (concept).
Il lato A del disco è dedicato al tema dell’invidia e comprende canzoni come: La collina, Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio), Un giudice, Un blasfemo (dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato), Un malato di cuore.
Il lato B riguarda invece concettualmente il tema della scienza ed annovera le tracce: Un medico, Un chimico, Un ottico, Il suonatore Jones.
È interessante notare che sintatticamente tutte le canzoni sono precedute da un articolo indeterminativo, tranne la prima e l’ultima, che hanno invece un articolo determinativo (LA collina, IL suonatore Jones). De Andrè non era uno che lasciava le cose al caso, per cui ritengo che anche questa scelta, tutt’altro che musicale, avesse una sua ratio (che ovviamente diventa difficile interpretare).
Nelle tracce del cantautore genovese non c’è traccia di nomi di persona, tranne uno. È proprio “Il suonatore Jones” l’unico ad avere la dignità di un nome proprio, mentre gli altri brani si riferiscono esclusivamente alle attività o alle caratteristiche personali dei soggetti musicati.
“Il suonatore Jones” presenta una serie di caratteristiche che mi piace analizzare nelle analogie e nelle differenze che sussistono con la poesia del poeta americano. Intanto Jones chiude l’album di De André proprio come l’omonima poesia di Masters è posta a conclusione della sua raccolta.
Una differenza sta invece nel titolo della poesia: all’interno della raccolta di Spoon River si intitola “il violinista Jones”, titolo che De Anfrè trasforma in “suonatore”. Resta vago il motivo per cui il cantautore abbia optato per questa variazione (suppongo per ragioni di metrica musicale) anche perché il testo della canzone svela alla fine di quale strumento si tratti, e sorprendentemente non è il violino ma un flauto (“finii con un flauto spezzato”).
Nella poesia di Lee Masters si capisce anche la ragione del titolo dell’opera di De Andrè, perché  il poeta americano a un certo punto scrive dello stesso Jones: «nor gold, nor love, nor heaven» per significare che il protagonista di quella storia si accontentava di stare bene esclusivamente con la sua musica e con il vino, per il resto non si importava, per l’appunto, del denaro, né dell’amore, né di finire in paradiso (la parola “heaven” si traduce infatti sia con cielo che con paradiso).
Ma Lee Masters e De Andrè su una cosa convergono in maniera assoluta: il suonatore Jones è l’emblema della libertà. Il suo stile di vita, improntato a musica e sregolatezza, gli ha permesso di vivere un’esistenza felice (a differenza degli altri protagonisti del disco), di campare pure piuttosto a lungo (nel primo brano dell’album, La collina, si deduce che Jones campò fino a novant’anni.
Dov’è Jones il suonatore
che fu sorpreso dai suoi novant’anni
e con la vita avrebbe ancora giocato.
Lui che offrì la faccia al vento
la gola al vino e mai un pensiero
non al denaro, non all’amore né al cielo
(“La collina”)
Libertà, dicevamo. Jones la vede perfino quando è protetta, nascosta e inaccessibile da un filo spinato, se la trova addosso quando si sdraia sulla terra ancora vivo e pulsante, la respira sotto la gonna di Jenny nei ricordi di ragazzo, la suona per chiunque voglia sentirlo, compiacendosi di essere pure un bravo musicista. La accarezza, poi, sul finire del suo cammino, prima di andare alle ortiche (ovvero di passare dall’altra parte), quando il suo flauto si spezza e lui non smette di ridere, afferrato dai ricordi della vita. La bellezza che si porta dentro è quella che ben pochi si possono permettere: non avere “neanche un rimpianto”.
Ah per quanto riguarda la questione se certa musica sia o meno da considerare letteratura: ve ne prego, non coltivate, almeno per questa volta, neppure il minimo dubbio.